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Set 18

Viaggio Croazia Bosnia agosto 2012

§ zero (notte alla frontiera)

Sono le 22 circa, quando raggiungiamo il luogo dell’appuntamento. Noi veniamo da Trieste, i nostri compagni direttamente da Cassano.

Chi ha detto che un bel viaggio debba cominciare in un bel contesto?

Ci troviamo a Gorizia, al confine tra Italia e Slovenia, in una ex area di servizio, senza più distributore e con un bar scalcagnato che spegne le sue ultime luci, impedendoci anche il ristoro di un caffè. C’è la sinistra atmosfera dei confini. Nella terra di nessuno, nessuno si occupa di pulire e riparare. E’ tutto un ondeggiare di erbacce e rotolare di cartacce.

L’atmosfera cambia completamente quando vediamo le sagome dei camper uscire dall’oscurità della strada. Sono cinque. Ci sono tutti!

I saluti; l’eccitazione; le aspettative di un nuovo viaggio tutto ancora da vivere. Persino quel posto sembra adesso diverso!

§ uno (il capitombolo di Catez)

In autostrada, ci spingiamo fino a Lubiana. Qui dormiamo in autogrill.

Al mattino raggiungiamo la nostra prima meta, Catez. E’ una meta tecnica (in quanto è sulla strada per la Bosnia) e ludica. Si tratta di un centro termale, con annesso campeggio, nei pressi di Brezice. Ti guardi in giro e vedi piscine di diverse dimensioni, scivoli, giochi d’acqua, ponti che collegano vasche. Per gli amanti del genere può essere considerata una “cattedrale dell’acquafan”. Ma ci sono, per chi desidera solo relax, piscine con acque termali a diversa temperatura, centri massaggi e benessere.

I nostri ragazzi vengono sopraffatti dall’eccitazione e dalla voglia di non perdersi nessuna attrattiva, di sperimentare fino all’ultimo gioco.

Anche gli adulti, abbandonando le ultime remore, si lanciano. Memorabile la discesa sulle ripide con un piccolo salvagente a forma di otto. Io, Massimo, Assa e Mauri S., a venti metri d’altezza, litighiamo su chi debba occupare la poco ambita posizione anteriore. Si catapultano prima Assa e Mauri S.; dall’alto si ode il “disperato” grido di Mauri < Porca …tanaaa!> la cui eco si allontana sempre più, nel mentre il canottino scende velocissimo. Arriva il mio turno; sono davanti e Massimo dietro. Guardando il precipizio, maledico il momento in cui ho deciso di autoinfliggermi questa pena. Chiudo gli occhi e… giù! tra urla e risate un po’ isteriche, mentre alla fine il canottino si capovolge e tutto il gruppo, che ha seguito le nostre gesta, ride a crepapelle.

§ due (i “troppi” cimiteri di Jajce)

Si volta pagina. Si punta dritto a Jajce in Bosnia. Dopo soli pochi chilometri superiamo la frontiera sloveno-croata. Ne mancano però ancora 120 circa per quella croato-bosniaca. Finalmente la attraversiamo. Qui non sembra essere nella terra di nessuno, bensì ci accoglie un delizioso e vivo paesino, Bosanska-Gradiska, con negozietti e stradine alberate.

Dopo circa due ore, un imponente maniero su una collina ci avverte che siamo giunti a Jajce. Riusciamo a trovare parcheggio seguendo le indicazioni per il centro e svoltando a destra all’altezza di un distributore di benzina. Un uomo ci indica esattamente come disporre i camper; paghiamo una sciocchezza, ma la situazione ci sembra molto sicura.

La visita inizia inevitabilmente con la fortezza, accessibile mediante una scalinata che conduce ad una torre a pianta quadrata, oltre la quale, una breve passeggiata consente di raggiungere il maniero vero e proprio. All’interno dei bastioni si trova la barutana, la “torre delle polveri”, una struttura a due piani ben conservata, mentre dagli spalti merlati si può godere di un fantastico panorama sulle montagne circostanti. Salta immediatamente all’occhio la quantità di cimiteri che nelle colline circostanti segnano il paesaggio. Ne contiamo 5 o 6; quelli cristiani con lapidi e croci; quelli musulmani con miriadi di stele candide puntate al cielo. Sono il terrificante segno di una guerra finita da poco e un monito al passante di non dimenticare. Ne vedremo moltissimi di simili in tutta la Bosnia.

Subito fuori dall’abitato, si possono scorgere le imponenti, verdi cascate di Jajce, alte 21 metri, che segnano la confluenza tra i fiumi Pliva e Vrbas. Ci fermiamo per fare qualche foto e per godere della frescura del luogo.

Il campeggio in cui andiamo per la notte è un gioiellino. Appena fuori da Jajce, direzione Sarajevo, adagiato sulle sponde del fiume, con erba e servizi puliti. Al mattino, prima di ripartire, qualcuno di noi non perde l’occasione di raggiungere i vicini mulini, posti a sbalzi irregolari sulle cascatelle del fiume che, in quel punto, si trasforma in torrente. Una meraviglia da vedere!

§ tre (il rame nei vicoli di Sarajevo)

Dunque finalmente Sarajevo!

La capitale della Bosnia appare in periferia bruttina, come tutte le grandi città: palazzoni e traffico. Il problema parcheggio sarà risolto in modo che apparirà, col senno di poi, pessimo. Dopo aver ottenuto rassicurazioni (!) da alcuni passanti, parcheggiamo accostati al marciapiede di un gran viale che conduce al centro. Al ritorno mancheranno le bici di Assa ed Ivo e la serratura del camper di Mauri S. evidenzierà chiari segni di effrazione, da non permettere più l’apertura della portiera sinistra.

Ci si avvia al centro. Cominciamo a passeggiare per il quartiere orientale di Bascarsjia, il quartiere orientale di Sarajevo, orientale nel senso che è quello situato più ad est ma anche quello che ha ricevuto la maggior influenza dall’impero Ottomano. Piccoli vicoli, in ciottolato con edifici bassi e dal sapore turco. Arriviamo nel viale principale del quartiere, la Ferhadija in cui c’è il Morica Han, il caravanserraglio, l’edificio dove pernottavano i commercianti venuti per il mercato, con tanto di stalle per i loro cavalli. Dalla piazza, situata in fondo al viale, si dirama la via degli artigiani. Qui l’impronta turca è davvero profonda. Nel percorrere la stretta strada si ode il ritmato battere di un martelletto; entriamo nel negozietto da cui esso proviene. E’ scarsamente illuminato ma, in compenso, le miriadi di vettovaglie di rame: tazzine, teiere, caffettiere, tegami, accumulate così tanto da far sembrare quel buco capientissimo, riflettono una luce calda. Tutto lì dentro sembra fatto di rame, anche le pareti. L’artigiano, pur invitandoci ad entrare, non smette di battere sul metallo rosso e con orgoglio ci mostra la sapienza di un’arte chissà quanto antica. Uscire dal negozio e re-immetterci sulla strada, le cui vetrine mostrano i soliti prodotti occidentali, omologati dalla globalizzazione, rappresenta uno spettacolare salto nel tempo.

Uscendo, percorsi pochi metri arriviamo presso uno dei più importanti monumenti Islamici della Bosnia Herzegovina, la Gazi Usrev Begova Dzamija, una moschea costruita nel 1530, restaurata dopo l’ultimo conflitto del 1993. Con grande rammarico, apprendiamo che è impossibile visitarla; è il periodo del Ramadan e il luogo di culto fibrilla di fedeli in preghiera. La sua mancata visita rappresenta un ulteriore motivo per tornare a Sarajevo.

Ritorniamo al camper seguendo la strada lungo la Miljacka, il piccolo fiume che divide in due la città. Dormiamo al campeggio alle porte di essa.

§ quattro (la “piccola” guida di Mostar)

I camperisti sanno bene che alcune volte il viaggiare è una emozione in sé; aldilà della meta da raggiungere. La strada può essere il centro di una cornice talvolta strepitosa. E’ esattamente così nello spostamento da Sarajevo a Mostar. In particolare il tratto che va da Konjic a Jablanica è incantevole! La serpentina del lago incastonato nella valle modifica continuamente i suoi connotati: da fiordo norvegese, a fiume aperto, da gran canion, ad attraversamento di boschi fitti. Sono solo 20 chilometri, ma, per la natura cangiante, sembra un intero universo.

Raggiungiamo Mostar. Sostiamo in un piazzale in periferia, dove incontriamo il nostro piccolo Virgilio. Mujo è un ragazzo bosniaco che, per usare un eufemismo, non può nascondere la sua condizione di “non agiatezza”; ma parla un comprensibile inglese, è disponibile e si dimostrerà affidabile. Sarà la nostra guida e ci risolverà non pochi problemi.

Il primo dei quali è il campeggio. Ci condurrà a Blagaj (10 km da Mostar), nel campeggio omonimo posto sulle sponde del freddissimo fiume Buna In esso trovano il coraggio di tuffarsi i ragazzi del nostro gruppo e gli adulti, ma solo quelli più “ardimentosi”. Il campeggio ha in dotazione anche canoe con le quali pagaiare e risalire per un po’ il corso, esperienza che Ivo, Mirco, Lorenzo e Marco M. non si faranno mancare. Qui si uniscono a noi Marco U., Grazia, Maddalena e Ricky, arrivati con il loro camper. Il gruppo vede aumentare i suoi componenti e la sua allegria: siamo in 22! Mujo organizza un pulmino per visitare Blagaj e Mostar. Dopo pranzo si parte!

Blagaj è un villaggio situato nella regione sud-orientale del bacino di Mostar, sulla sorgente della Buna. Il paesaggio è stupendo: dalla sorgente sgorga acqua cristallina che, ci dicono, è fresca e potabile. Lungo i piccoli canali costruiti, con i tavolini quasi nell’acqua, sorgono un paio di ristorantini molto pittoreschi. Ma l’attrattiva fondamentale è l’antica tekija o monastero derviscio, costruito nel 1520, con elementi di architettura ottomana. Questo, fortunatamente, riusciamo a visitarlo.

Si va quindi a Mostar. Appena arrivati, ci immettiamo sulla strada principale che porta al famoso Ponte Vecchio. Ed eccolo apparire davanti a noi, alla fine della discesa. Le luci del tardo pomeriggio esaltano le diverse tonalità di grigio e terra della sua pietra. Dalle indicazioni di Mujo e dai pochi ricordi delle nostre letture, ricostruiamo che il ponte è stato realizzato nel 1566, colpito dai bombardamenti del 1993 e felicemente restaurato nel 2004. Esso è sempre stato il simbolo indiscusso della città.

La nostra guida ci conduce poi al Ponte Storto (Kriva Ćuprija) del 1558. E’ meno famoso ma comunque interessante, molto simile allo Stari Most (Ponte Vecchio) se non per le dimensioni, decisamente più modeste. Anch’esso risalente all’età ottomana, si dice sia stato realizzato come prova per l’imminente costruzione del fratello maggiore.

Arriva ora di cena. Scegliamo un ristorantino dal quale si può godere una perfetta visuale del ponte. Ceniamo a base di arrosto misto e degli immancabili cevapcici. Alle 22 appuntamento con il furgoncino che ci riaccompagnerà al campeggio di Blagaj. E’ arrivato il momento di lasciare Mujo. Lo ringraziamo e, per la disponibilità mostrata, gli diamo una cifra superiore a quella pattuita. Anche se stanco per il Ramadan, il volto gli si illumina. La serata finisce al romantico baretto del campeggio, lungo la Buna, con Mujo che insiste per offrire da bere a me, Assa e Massimo. Alla fine accettiamo; si brinda ad acqua minerale ghiacciata!

§ cinque (Le città delle mura: Dubrovnik e Ston)

Si va al mare! Tappa a Dubrovnik. Raggiungiamo il camping Solitudo, dove abbiamo la prenotazione. E’ decisamente comodo per visitare la città, raggiungibile con il bus 6, la cui fermata è praticamente fuori il campeggio. Facciamo i primi bagni per la felicità di tutti i ragazzi (e non solo). Il giorno dopo si va a visitare la città. E’ d’obbligo, per chi non l’ha ancora fatto, realizzare il giro lungo il camminamento sulle mura di cinta. Le eco della repubblica di Venezia risuonano ovunque nella mitica Ragusa di Dalmazia.

La serata finisce al ristorante. Massimo mostra tutte le sue capacità di negoziazione con il ristoratore che, alla fine, ci offrirà un piccolo antipasto, una cena a base di pesce, vino e dolce per 20 euro a testa! Il vino bianco freddo scende giù molto bene e il gruppo trascorre il resto della serata in grande allegria, bighellonando nelle strade illuminate della città.

La mattina dopo si punta alla penisola di Peljesac. Sulla strada c’è la sorprendente Ston. Ci fermiamo per fare un po’ di spesa al supermercato e per godere della visuale dalla più grande cinta muraria costruita in Europa.

Ston è completamente racchiusa da mura che corrono ripide fin sulla collina per ridiscendere sul versante opposto, che guarda verso la costa dalmata; interrotte solo da imponenti porte, in opposizione le une alle altre.

Riprendiamo il viaggio fino al golfo di Prapratno, all’interno del quale si estende l’omonimo campeggio. Sostiamo sotto l’ombra dei suoi ulivi.

La baia è molto bella, circondata dalla macchia mediterranea. Qui abbiamo la sorpresa di un mare a dir poco freddissimo. E’ bellissimo e cristallino, ma restarci dentro è una vera fatica. Nonostante ciò, io, Mauri S. e Mirco entriamo eroicamente in acqua per la prima battuta di pesca subacquea della stagione (abbiamo da ammortizzare i soldi della licenza e… non si può scherzare!). Ne usciamo dopo appena 30-40 minuti, a mani vuote e letteralmente intirizziti dal freddo. Mauri S., a partire dal giorno dopo, dovrà “sciropparsi” 3 giorni di febbre: chissà che anche l’acqua gelata non abbia contribuito!

§ sei (notte magica a Korcula)

Il giorno successivo, infaticabili, stoici, ripartiamo. Meta Orebic, Camping Vala, uno dei due prenotati dall’Italia. Qui è prevista la prima sosta lunga per recuperare energie: 4 giorni. Per questo è importante che il camping sia bello e confortevole. Incrociamo le dita.

Arriviamo! Per entrare nel camping bisogna percorrere una stradina in discesa ripidissima. I gestori ci accolgono: sono sorridenti e disponibili. Ci aspettavano. Il campeggio è piccolo, ma ci sembra subito carino e accogliente. La spiaggia, per raggiungere la quale bisogna fare 150 metri in pendenza di 30°, è bellissima, piccola e con gli alberi che arrivano fin quasi nell’acqua. Il mare è pulitissimo e azzurro. Tiriamo un sospiro di sollievo.

Durante questi 4 giorni, si organizza la prima cena di pesce: spaghetti ai totani e orate e branzini alla brace. Il pesce è stato acquistato al paese, raggiunto con l’auto prestataci dai gentilissimi gestori del campeggio, i quali, a loro modo, hanno contribuito alla cena offrendoci il vino prodotto direttamente sulle loro terre: un “nero” (più che rosso) di circa 14 gradi, impegnativo ma buonissimo!

Da raccontare la visita a Korcula. Vengono a prenderci con un pulmino per portarci al porticciolo di Orebic. Qui ci aspetta un piccolo battello che ci traghetta fino all’isola; tornerà a prenderci alle 22 circa, per il ritorno. Korcula è un’isola con un’impronta decisamente mediterranea, per colori, profumi e vegetazione. Il centro storico richiama molto la dominazione di Venezia. La chiesa principale è quella (manco a dirlo) di S. Marco: bella dentro, ma purtroppo in ristrutturazione all’esterno. Questa è la terra natale di Marco Polo e in tutti gli angoli del paese sorgono negozietti con il comune logo, Marco Polo per l’appunto, in cui si vendono gadgets e souvenirs in finto antico marinaresco, tra cui delle bellissime bussole. Qui, rapito dalla bellezza, io vagheggio di comprare una casa; ma Massimo passa subito alla proposta. Il progetto prevede che io l’acquisti e che lui la imbianchi, acquisendo, per ciò, il diritto a innumerevoli vacanze gratuite. Mah!… Io ho come l’impressione che qualche aspetto del patto sia da rivedere!

La cena è ancora a base di pesce, nel locale indicatoci dal conducente del pulmino. Arriva l’ora dell’appuntamento col battello che ci consentirà di riapprodare a Orebic. Inizia la navigazione. Al centro del canale, chiediamo al ragazzo alla guida di spegnere tutte le luci sulla barca. Al buio il mare è un inchiostro nero, nel cielo improvvisamente le stelle si moltiplicano, lasciando spazio alla striscia biancastra della Via Lattea. L’unico rumore è il tossire secco e ritmato del vecchio motore. E’ uno dei momenti più magici della vacanza!

Per il resto, le prime pescate sub serie e proficue, nonostante l’acqua ancora fredda e le prime lunghe escursioni a piedi di Assa, Grazia e Marco U., mentre Danilo (Amur) comincia a macinare i suoi chilometri in bici.

§ sette (i traghetti di Brac e Split)

Dopo quattro giorni, riposati, riprendiamo il nostro viaggio. Si va a Brac.

Per evitare il giro di tutta la penisola di Peljesac, decidiamo di traghettare a Trpani, così da approdare a Ploce, quasi 60 km più a nord di Ston. Proseguiamo poi fino a Makarska, dove c’è il traghetto per Brac. Apprendiamo con un certo sconforto che il primo partirà dopo circa due ore e mezza. Ciondolanti, ci rechiamo verso il porticciolo. C’è tanto tempo a disposizione, non sappiamo cosa fare e il caldo è assillante. Guardo l’acqua azzurra e l’idea mi si insinua. Solo pochi sguardi di intesa con gli altri sono sufficienti. Pochi secondi dopo, tutti i maschi del gruppo sono in mutande e si tuffano nell’acqua. Riceve apprezzamenti particolari Ivo, per le sue mutande considerate più sexy dalle nostre donne sedute sulla banchina.

Finalmente ci si imbarca, anche se Mauri S. e Natale dovranno attendere il traghetto successivo, in quanto l’ imbarcazione è davvero molto piccola e non contiene tutti i nostri camper.

Nell’isola di Brac l’obiettivo è quello di trovare un campeggio il più prossimo alla spiaggia di Bol, considerata una delle più belle e forse la più famosa di tutta la Crazia. Dopo una faticosa ricerca, propendiamo per una sconsolata distesa di pietre e terra polverosa in forte pendenza, che un cartello all’ingresso osa chiamare “campeggio”. Esso ha un solo pregio: è posto sul promontorio appena sopra Bol. Ci disponiamo alla meno peggio, preparandoci psicologicamente a una notte complicata, in cui decidere se avere una forte pressione sanguigna agli arti inferiori oppure al capo.

La mattina successiva si va in spiaggia. Dall’alto appare come una punta di sabbia bianca candida con una striscia verde di vegetazione che si insinua al suo centro. Il mare è meraviglioso, completamente trasparente e nell’acqua nuotare è come volare. Un unico neo: le troppe imbarcazioni intorno che danno la sgradevole sensazione di uno dei quei posti superpopolari, meta obbligatoria per chiunque si accosti alla Croazia.

Il primo pomeriggio si decide di partire subito per Spalato. Ma avevamo sottovalutato la risalita in camper sullo sterrato polveroso. La pendenza è grande e le ruote non hanno aderenza. I primi tentativi sono inutili. Qualcuno ce la farà a marcia indietro, qualcuno prendendo una lunga rincorsa. Solo Massimo sale agevolmente e, nel mentre, assume una postura da bullo, atteggiandosi a guidatore esperto. Tutti, naturalmente, concordano nel fatto che l’unica differenza sta nelle doppie ruote con trazione posteriore. Altro che bravura!

Si traghetta a Supetar, diretti a Split.

Al campeggio ci arriviamo solo nel pomeriggio. Si tratta del camping Stobrec, anche questo scelto, come nel caso di Dubrovnik, per la vicinanza al centro, raggiungibile in autobus in 15 minuti.

Spalato è una complessa miscela di stili, tra rovine romane, archi bizantini e passarelle veneziane.

La sua storia è segnata profondamente dal Palazzo di Diocleziano del 305 d.C. E’ una delle rovine romane più imponenti del mondo, sulle quali, quasi a incastro, sono stati costruiti altri edifici in epoche e stili diversi, fino alla modernità. Dalle letture ricostruiamo che la cinta muraria conteneva originariamente la residenza imperiale, vari templi e un mausoleo. Davanti ai nostri occhi si para quel che resta di tanta imponenza: una parete esterna del palazzo originario, la piazza della fortezza, circondata da un colonnato, il Tempio di Giove e i resti del Mausoleo. Ci concediamo poi una passeggiata sulla Riva, un elegante lastricato circondato da palazzi antistante il mare, prima di ritornare alla zona dei mercati, presso la via Marmontova. Il mercato del pesce di Spalato è molto pittoresco; diviso in una parte interna ed una esterna, formato da decine di bancarelle con pesce fresco d’ogni tipo. Potevamo non acquistarlo? Decidiamo all’istante il piatto per la cena: ripieghiamo sugli spaghetti alle alici fresche, visto che il finocchietto e i pinoli per l’agognata pasta alle sarde non riusciamo più a trovarli. Anche il mercato generale è suggestivo. Qui frutta, verdura e fiori colorano in maniera vivissima le bancarelle. Compriamo dei particolari pomodori di dimensioni piccolissime presso una anziana e gentile signora dalla chioma bianca; saranno ottimi negli spaghetti.

Quella sera sarò impegnato di nuovo con tegami e fornelli, ma avrò tutto il tempo, in attesa del ritorno di Mirco, Massimo e Lella dalla doppia immersione al largo di Spalato.

Qui, purtroppo, perdiamo Danilo e Sabrina che dovranno tornare a casa per impegni di lavoro. Marco M. è visibilmente triste per aver lasciato il suo più caro compagno di scherzi.

§ otto (i sassi di Pag)

Si riparte per l’ultima tappa delle nostre vacanze. Verso nord! Comincia il ritorno!

Pag è collegata alla terraferma da un ponte, all’altezza della sua punta estrema a sud-est.

Davanti a noi ci appare una pietraia. L’isola è un enorme ammasso di roccia e sassi bianchi che riflettono la luce del sole. Il mare qui assume colorazioni di blu intenso, che stacca sul bianco così nettamente da sembrare colorato coi pastelli. Il paesaggio è incantevole: se ci fosse il mare sulla luna, sarebbe così. E’ però difficile descrivere che sensazioni procura: si resta ammirati, ma il paesaggio è così duro che non può rilassare colui che osserva, lasciandogli una strana sensazione di disagio.

Il camping Simuni, nel quale ci sistemiamo e dove resteremo fino alla imminente fine della vacanza, è immenso; ha persino una via centrale con i negozietti.

Il mare è ancora una volta bellissimo, così passiamo ore in spiaggia e in acqua.

Continuano le pescate subacquee e le sempre più lunghe passeggiate a piedi di Assa e Marco U., mentre i ragazzi si dedicano molto al beach volley.

Una delle ultime cene in comune viene organizzata acquistando un intero maialetto, che cuocerà sulla brace per ore e ore. Quando andiamo a ritirarlo, il negoziante ci regalerà una bottiglia della sua grappa fatta in casa. Dopo averla assaggiata, Mauri S. la ribattezzerà “trielina”. In effetti è un liquoraccio molto alcolico; ma a cena (naturalmente) sarà ingollato tutto, a riconferma del fatto che siamo dei veri cinghiali, come ama definirsi il nostro leader maximo.

Una sera riusciamo a farci portare nel paese di Pag con due taxi. E’ un antico borgo di pescatori che oggi assume le sembianze di una bella cittadina turistica, piena di negozietti e ristoranti sul mare.

L’ultimo giorno lo dedichiamo interamente alla barca a vela. Si parte alle nove per un giro che comprende le più belle isolette a largo di Pag. La prima è Maun, poche miglia a Ovest di Pag. Qui facciamo il primo bagno, tuffandoci dalla barca. La navigazione poi continua, ancora verso Ovest. Finalmente soffia un po’ di vento e riusciamo a spiegare le vele. Adesso si va che è un piacere, con l’imbarcazione tutta inclinata dalla forza del vento. Lo skipper e la sua compagna ci offrono del prosciutto, del formaggio locale e birra fresca. Non era previsto e apprezziamo molto.

Arriviamo all’isola più lontana: Silba. E’ una striscia di terra incontaminata; non ci sono auto e la vegetazione cresce abbastanza selvaggia, senza una gran cura dell’uomo. Raggiungiamo la piazzetta al centro. Ci sono un paio di ristorantini, una chiesetta con un campanile e un baretto nel quale consumiamo una limonata fredda, molto artigianale. Riprende la navigazione in direzione di Olib, dove ci dicono, c’è la baietta con l’acqua più bella della Croazia. In effetti la piccola rientranza di costa ha un mare stupendo: è possibile vedere stagliata sulla sabbia del fondo l’ombra della nostra barca, che sembra volare nel nulla. Qui il bagno dura a lungo sia per la bellezza del posto sia perché siamo tristemente consapevoli che è l’ultimo della stagione.

Ritorniamo in campeggio praticamente al tramonto.

§ nove (saluti)

La nostra lunga vacanza è finita.

Il viaggio di ritorno è, come sempre, abbastanza mesto.

Ci salutiamo, come da tradizione, al piazzale del campo sportivo di Cassano.

Ma prima di chiudere questo lungo diario, vorrei ringraziare tutti gli amici per aver reso i giorni della vacanza unici, allegri, vivi e per aver fornito una splendida rappresentazione di sé stessi.

In rigoroso ordine alfabetico,

Grazie a

Alfredo (Assa) il leader maximo

Adele la cercatrice d’ombra

Alessandra la figlia che lavorava troppo

Antonella la subacquea indomita

Danilo (Amur) il ciclista folle

Elisa la first lady

Grazia the english teacher

Ivo l’indossatore di mutande sexy

Lorenzo il brillante chiacchierone

Maddalena la ragazza del beach volley

Marco M. l’organizzatore di tornei fantasma

Marco U. l’uomo dallo strano tavolo di plastica

Marta la ragazza che apprezzava la cucina della mamma

Massimo l’imbianchino furbo

Mauri S. il pescatore febbricitante

Mirko il mangiatore di pomodori

Natale il nuotatore coraggioso

Paola la donna con la lampadina in testa

Patrizia la domatrice illusa

Riccardo il ragazzo che non rideva mai

Sabrina la moglie innamorata

Maurizio lo scrittore

 

2 comments

  1. maurizio

    Maurizio ti faccio i miei complimenti per come hai descritto in maniera così semplice e goliardica le nostre vacanze .Potevi soffermanrti su quel personaggio un po’ eccentrico e ………… ma noi terroni siamo dei buoni.
    Un saluto e un grazie a tutta la compagnia e un arrivederci a presto.

    P.S.: AOOOOH!!!!! napoli – ROMA NUN SE VEDE INSIEME !!!!!!!!!!!!!!!

    CIAO PROFESSO^

  2. bura

    Complimenti, veramente bello !!!
    Solo due cose per lo scrittore,la prima che per la casa a Korcula potrei tenere anche il giardino mentre per le mie “DOTI” da guidatore sono dovute ,non al mio mezzo, ma ai vari corsi di guida sicura in Camper tenuti da fior fiore di piloti.
    A parte tutto sono state delle belle vacanze non soltanto per i posti visitati ma soprattutto ,come sempre, per la compagnia di ognuno di voi, grazie e quando ripartiamo?????

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